IN RICORDO DI UN PADRE

A sessant’anni da quel 25 gennaio 1959, quando Papa Giovanni XXIII diede al mondo l’annuncio del Concilio Ecumenico Vaticano II, prende vita il sito www.lorisfrancescocapovilla.it, che raccoglierà scritti, documenti e altro materiale riguardante la vita e l’opera del Cardinale Loris Francesco Capovilla. Di lui sono stato e continuo ad essere (come lui diceva anche di sé, rispetto a Papa Giovanni) segretario, ‘contubernale’ ed anche erede universale, che mi permette, se posso dire così, di parlare a nome suo, fiducioso di interpretarne il pensiero. Vi rimando alla sezione Card. Capovilla. Disposizioni testamentarie. Grazie a quanti si soffermeranno a leggere. Ivan Bastoni

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Ricordando Enrico e Annalisa, amici di Monsignor Capovilla

Oggi, martedì 20 ottobre 2020, è una giornata un po’ triste perché ci hanno lasciato due persone che per vie diverse hanno incrociato le loro vite con quella del cardinale, rimanendone però aggrappati con lealtà e fedeltà, non usando Monsignore per avere un ritorno di popolarità fine a se stessi ma perché affascinare da un anima pura e nobile.

Enrico Campitelli, di Casoli, da 53 anni in rapporto quotidiano, e dicendo quotidiano lo affermo per davvero con monsignore. Quando Capovilla era a Chieti i loro incontri erano frequenti, trasferendosi poi e con l’avanzare dell’età gli incontri sono stati sostituiti da una o più telefonate giornaliere e da venti anni anche io ero solito sentirlo ogni giorno. Amico leale, fedele, riservato di monsignore non ha mai chiesto neppure una medaglia, una firma, un autografo o dedica che sia. Non mi stupisce che molti non lo conoscano ma questa sera io lo voglio ricordare come una delle figure più vicine a Sua Eccellenza, come lo chiamava, oppure a me in confidenza lo definiva… “lo Stellone”, che non voleva essere un termine blasfemo ma era perché lo identificava come una stella enorme e lucente nel firmamento per noi suoi amici.

Capovilla a Chieti ha proprio detto anni fa, in occasione di un funerale che un giorno racconteremo, che i funerali si fanno per i vivi e non per i morti. I morti sono nel regno di Dio, i vivi hanno bisogno di consolazione. Queste poche righe le scrivo con gioia da segretario del Cardinale Loris Francesco Capovilla, da suo erede universale, così come mi ha designato e confermato più volte, perché sia ufficiale, per una volta consentitemi di dirlo, il riconoscimento che Enrico merita avendo io titolo per farlo più di chiunque altro.
Enrico sei stato e sarei Amico fedele. Sia motivo di gioia per la tua famiglia, tua mamma Maria, tua moglie Ornella e tua figlia Cecilia, il riconoscimento che Monsignore in vita ti aveva dato per davvero , credendoci: Amico e gentiluomo. Diceva di te: “Chiama Enrico, quello sa tutto, non esce e legge e si informa”. Oggi se ne va un altro pezzetto di storia, di lunga e feconda conoscenza. Ci siamo sentiti l’altra sera e ieri avendo più volte provato a chiamarti senza fortuna, trovando il telefono spento, ho immaginato che stessi riposando anche perché non avevo avuto notizie allarmanti in giornata.

Oggi invece la terribile notizia. Adesso sta a noi tuoi amici, non abbandonare la tua famiglia, orfana di un grande Figlio, marito e padre, restandogli accanto, soprattutto a Cecilia, che era la tua gioia e la tua preoccupazione come padre, timoroso che qualche cosa potesse non andare per lei come tu avevi immaginato.

Se siamo, come lo siamo, pochi ma lo siamo, amici di monsignore, abbiamo imparato che il cardinale non deludeva mai, non abbandonava mai nessuno, figurarsi i più vicini. Noi lo faremo per te, ciascuno per come potrà perché possiamo dire un giorno che abbiamo capito quale è stato il vero lascito di Capovilla, purtroppo da molti che ce lo volevano insegnare, come spesso dicevi, neppure minimamente capito.

Questa notizia triste, mi è giunta pochi istanti dopo esser uscito dalla casa di Luca, mio carissimo amico da oltre trent’anni. A 42 anni ha perso sua moglie, ANNALISA, madre di Francesco e Susanna.

Anni prima Luca ci aveva aiutato a sistemare un problema al computer. Tutti noi sappiamo che Capovilla restituiva mille volte un piacere ricevuto con una generosità sconfinata. Oso credere che monsignore sia corso incontro alla giovane mamma Negli ultimi giorni di sofferenza Anna chiedeva a Luca di pregare o di avvicinare le reliquie di Papa Giovanni ricevute in occasione della nascita dei due figli. Donna di fede, religiosa, studiosa, moglie e madre “incomparabile” avrebbe detto Capovilla.

Cosa avrebbe detto a Luca o ai suoi bambini? DI fronte alle sofferenze di questo genere ad una mia domanda precisa su cosa dire, mi guardo serio e rispose: “Cosa vuoi dire, si tace, non si dice niente”, poi avvicinava il dito indice destro alla bocca in segno di silenzio, continuando poi con un segno di croce. Lui avrebbe pregato, pregato veramente e ardentemente, affidando a Papa Giovani l’anima della giovane mamma, avrebbe avuto un pensiero per il fratello e la mamma della giovane ragazza, e in particolare per Luca, Francesco, Anna.

Il pensiero io così profondo a parole non lo so esprimere ma ho la certezza assoluta che monsignore ha accolto, per chi crede, Anna in Paradiso perché come dicevo, lui è un uomo che non era capace di deludere mai.

Giorno triste oggi, speriamo di poter vedere nuovi cieli e nuove terre, più gioiose per tutti. Oggi siamo tutti un po’ orfani di persone splendide, non perfette, ma pulite e sincere. Ce ne sono tante, lo so, la gente buona esiste, ma per una volta ho voluto raccontarne qui due esempi che forse non avranno mai la ribalta dei media nazionali ma nei nostri cuori, di chi li ha conosciuti con l’intreccio dell’amico comune monsignor Capovilla, rimarranno scolpite nel nostro animo in maniera indelebile.

20 ottobre 2020

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Oggi era il tuo compleanno, caro cardinale Loris. Verso l’ora del l vespro, quando  ci sentivamo più di qualche volta, mi è venuto in mente il forte richiamo del tuo cuore. Un cuore che ha vissuto, sofferto e tanto amato con il coraggio  e la tempra dei preti veri. La voce ,a tratti decisa ,i tuoi scritti di speranza e già rivolti a nuovi orizzonti…eri proprio più avanti di noi e certamente  sofferente per una Chiesa ancora ingessata, una Chiesa che hai amato e servito nella coerenza del solo Vangelo, la Parola che non passa come affermava don Primo Mazzolari. Quel don Primo che san Giovanni XXIII, il “tuo” Papa, definiva la “tromba dello Spirito Santo della Valpadana”. Oggi prega per noi, per questo Papa Francesco sempre più solo ma forte di una scelta  che lo guida in questo mare in tempesta. Dicevi di portare pazienza ma con lo spirito di una verità mai  taciuta e da proclamare sempre, senza infingimenti. Veglia su di noi  insieme  con padre David Maria  Turoldo lì accanto a te in Cielo, adesso, santi di Dio e prima a te  vicino in terra.
Il mio grazie infinito, Padre carissimo  e auguri! Mario Pavan.

Cardinale Capovilla nel suo 105 ° compleanno…

Auguri Padre. Il tempo affievolisce sensazioni, dolori e affetti ma per alcuni amici il suo ricordo è vivo come sempre. Lei è sempre tra noi. Prete vero, uomo vero.

Nel giorno del suo compleanno prendevo il giorno di ferie, venivo da lei la mattina presto per la messa e poi, una volta rientrati nel suo salotto, iniziavano le telefonate di auguri, messaggi, telegrammi e visite e così è stato sino all’ultimo dei suoi compleanni. Gli ultimi sono stati amari ma nonostante tutto lei non ha mai smesso, seppur stanco e preoccupato, di ricevere con il sorriso. Anche per lei vale l’espressione che usava per Papa Giovanni: “Due occhi e un sorriso”.

Nell’immagine sotto, si vede proprio il suo sorriso, paterno e acuto al tempo stesso. L’inquadratura rende bene il servizio che ha svolto: Lei e il Pontefice siete per così dire “in colonna” e lei lo è stato per davvero per Papa Giovanni; è stato la sua colonna e sostegno. Il ricordo del Pontefice lo si deve quasi esclusivamente a lei e questa non è una mia opinione ma il comune sentire di chi conosce la storia e per questo le siamo grati.

Scrivendo come se le parlassi direttamente, mi piace immaginare di averla accanto, di ricevere una risposta e la sua benedizione. Suo Ivan

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Festa di San Giovanni XXIII. 58° anniversario dall’apertura del Concilio Vaticano II

Nel ricordo dell’annuncio del Concilio Vaticano II, vorrei farvi conoscere la lettera di auguri che Monsignor Capovilla aveva inviato al Professor Vergottini, per il sito internet “viva il Concilio” che stava iniziando la sua attività.

Nelle parole di monsignore l’aupsicio che il Concilio sia sempre più conosciuti, ampliato ma soprattutto, come diceva applicato.

Era il 2010 e forse si tentennava ad applicarlo, sino all’arrivo di Papa Francesco e una spinta nuova è apparsa. Come ha scritto Capovilla su una cartella… “é tornato Papa Giovanni.

Spero che questa lettura vi accompagni in questo giorno di ricordo e ricorrenza nella festa di San Giovanni XXIII.

TANTUM AURORA EST

            Con intensa commozione e ineffabile riconoscenza, saluto, ammiro e ringrazio i promotori del sito Viva il Concilio che, a datare dal 25 gennaio 2010, si offre all’informazione e all’amicizia di tutti coloro che avendo riflettuto su Gaudet Mater Ecclesia, discorso inaugurale della assise ecumenica (11 ottobre 1962), sono radicati nel credo apostolico, custodi di tutto il patrimonio teologico, patristico, giuridico della chiesa, da Nicea al Vaticano I, strettamente uniti al Romano Pontefice, anelanti a raggiungere “la nuova terra in cui abbia stabile dimora la giustizia” (2 Pt 3, 13), cioè santità, misericordia, amore.

            So di certo, e lo sento, che il Concilio ha molti amici in cielo e in terra. Il loro numero aumenta. I testimoni di fede, fraternità, solidarietà, corresponsabilità splendono come stelle del firmamento. Basta alzare il capo all’invito di Gesù per vedere i campi biondeggianti per la messe (Gv 4, 35). E quel tantum aurora est, perla incastonata in Gaudet Mater Ecclesia: siamo appena all’aurora dell’evangelizzazione e della civiltà che da Cristo prende nome e linfa vitale, non è illusione, né presunzione: è vita, storia, speranza.

            Tra gli anziani, i novantenni, i malati terminali, i carcerati a vita, i diseredati, gli orfani più orfani nel cui petto non arde la lampada della fede, c’è qualcuno che rimane toccato dal tantum aurora est? Sì, più d’uno. Lo so per esperienza. La stanca mano di chicchessia stringe alcuni piccoli semi, simbolo di vita o di rinascita.

            Avendolo appreso da Papa Giovanni oso suggerire a tutti di giudicare il passato con rispetto ed anche con gratitudine, il presente con pazienza e carità, il futuro con fiducia.

            Ho riflettuto molto su questo ispirandomi a Giorgio La Pira e ad Elie Wiesel, il sopravvissuto di Auschwitz, lasciandomi trascinare dalla loro visione dei fiumi che, nonostante anse, sbalzi e intoppi vari, alla fine sfociano in mare (cfr Qoèlet 1,7).

            È d’obbligo non porre ostacoli al progresso, sia pure lento, della storia; è compito di ciascun cristiano cooperare allo scorrere del Concilio Vaticano II verso pienezza di attuazione e fare memoria del testamento di Giovanni Paolo II, lui pure convinto del tantum aurora est:

            “…Stando sulla soglia del terzo millennio, in medio Ecclesiae, desidero ancora una volta esprimere gratitudine allo Spirito Santo per il grande dono del Concilio Vaticano II, al quale insieme con l’intera Chiesa, e soprattutto con l’intero episcopato, mi sento debitore. Sono convinto che ancora a lungo sarà dato alle nuove generazioni di attingere alle ricchezze che questo Concilio del XX secolo ci ha elargito. Come vescovo, che ha partecipato all’evento conciliare dal primo all’ultimo giorno, desidero affidare questo grande patrimonio a tutti coloro che sono e saranno in futuro chiamati a realizzarlo. Per parte mia ringrazio l’eterno Pastore che mi ha permesso di servire questa grandissima causa nel corso di tutti gli anni del mio pontificato” (Testamento, Libr. Ed. Vaticana, 2005).

            Ci tentasse la delusione o la paura o lo sconforto, chiamiamo in aiuto tutti i santi, quelli elencati nel martirologio romano e orientale, i giusti di tutte le religioni, i testimoni venerati da Papa Wojtyla nell’anno del grande giubileo, e infine rivolgiamoci a Colei che è al disopra di tutti:

A colei che intercede.

La sola che possa parlare con l’autorità di una madre.

A colei che è infinitamente giovane

Perché è anche infinitamente madre.

C.Péguy, Oeuvres Poétiques, Bibl. de La Pléiade 1951, p. 205

            Il mio stato d’animo è lo stesso di tanti piccoli uomini, altalenanti tra delusione e speranza, non immemore di estreme parole di Papa Giovanni: Abbiamo molti amici, ne avremo anche di più. Questa affermazione contiene una profezia. Il Concilio Vaticano II ne ha molti – ripeto – moltissimi. Così ci rassereniamo e tiriamo innanzi fiduciosi, in comunione coi fratelli e sorelle saldissimi nella fede e disposti al martirio della pazienza, sostenuti dalla suggestione del poeta:

C’est la nuit qu’il est beau de croire à la lumière.

Il faut forcer l’aurore à naître, en y croyant.

Di notte è bello credere alla luce.

Bisogna forzare l’aurora a nascere, credendoci.

Edmond Rostand

Concordi e fidenti vogliamo invitare l’aurora ad annunciare i tempi messianici dell’incontro e del dialogo, dell’intesa e della riconciliazione, pronosticati in tre circostanze del pontificato giovanneo: 11 ottobre 1962, inizio del Concilio; 11 aprile 1963, promulgazione di Pacem in terris; 3 giugno successivo, sua dipartita per le sfere celesti, sollevato sulle braccia di uomini e donne di ogni nazione che è sotto il cielo (Atti 2,5).

            Ho intravisto questi tempi negli occhi limpidi di persone via via incontrate a Venezia, in Vaticano, in Abruzzo, nelle Marche e nella Bergamasca, e in altri Paesi dell’amatissima Italia e provenienti dal mondo intero; anzitutto nei cristiani e cristiane innamorati di Cristo, pellegrini dell’Assoluto, scalatori della Montagna delle beatitudini, equipaggiati con ogni ben di Dio, spogli di orgoglio, denaro, potere.

            Ogni sera, accanto alla dimora che mi ospita, suona la campana dell’Angelus, non per dare inizio alla notte, ma per rinnovare l’annuncio dell’incarnazione del Verbo, e io, dal bel poggio di San Giovanni, ho come l’impressione di vedere il quattrenne Angelino dei Roncalli, sollevato sulle braccia di mamma Marianna, in atto di presentarlo alla Madonna delle Càneve, santuario campestre di Sotto il Monte, sussurrandogli: Vedi la nostra Mamma com’è bella. Io ti ho consacrato a lei, e riflettendo sul mio destino e su quello di ogni mio simile, immensamente amato da Dio, metto sulle labbra dell’umile popolana, per me e per tutti, la preghiera di San Bernardo per Dante Alighieri, riportato dalla desolazione ai gaudii della visione beatifica:

Ancor ti prego, Regina, che puoi

Ciò che tu vuoi, che conservi sani

Dopo tanto veder gli affetti suoi.

Paradiso, XXXIII, 34-36

Così vedo. Così supplico. Così interpreto il tantum aurora est che esulta nell’animo, di coloro che vivono e amano, lavorano e soffrono, e con me declamano appassionatamente la sentenza di Pietro: “In verità mi rendo conto che Dio non fa differenza di persone, ma in ogni nazione, colui che lo teme e pratica la giustizia è accetto a lui, che ha mandato la parola ai figli di Israele, evangelizzando la pace per mezzo di Gesù Cristo, poiché egli è il Signore di tutti” (Atti, 10, 34-36).

+ Loris Francesco Capovilla

arcivescovo di Mesembria

titolo di Angelo Gius. Roncalli (1934-1953)

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53 anniversario di Episcopato

Nel 2014 monsignor Capovilla scrive questa nota sulla sua agenda .

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2016 – 26 maggio – 2020

QUARTO ANNIVERSARIO DALLA MORTE

di

Loris Francesco Capovilla

El Greco, Resurrezione (1597 -1600). Madrid, Museo del Prado. © Per gentile concessione.

Caro Padre,

il quarto anniversario dalla sua scomparsa ravviva in chi l’ha conosciuta la memoria della sua persona e del suo stile di vita, intessuto di servizio e di ascolto.

Inevitabilmente, in questa stagione di pandemia, il ricordo della sua dipartita si unisce a quello dei numerosi sacerdoti (e non solo) morti a causa di un virus che – emerso all’inizio dell’anno 2020 e in principio ritenuto un problema di altri, una notizia tra le tante, riguardante terre e genti lontane – ha finito per sconvolgere le nostre abitudini e, soprattutto, ha portato alla morte di migliaia di persone. Abbiamo imparato una volta di più che, nel bene e nel male, «nessun uomo è un’isola», per usare un verso di John Donne che lei amava molto.

Perciò, nel ricordare lei, che amava definirsi anzitutto «prete», e sulla cui croce sepolcrale è riportata la scritta «prete romano – prete veneziano» , vogliamo far memoria anche dei tanti suoi confratelli che sono morti per stare accanto ai loro fedeli, certi che lei avrebbe fatto la stessa cosa in uno dei suoi pieghevoli. Molti di questi preti sono morti proprio nelle zone del suo apostolato sacerdotale e poi episcopale, nel Veneto, nelle Marche, e nella terra stessa di Papa Giovanni, con numeri impressionanti e insieme, paradossalmente, consolanti, perché testimoniano la presenza in mezzo a noi di tanti pastori santi e sconosciuti, che tutto hanno dato per il loro gregge: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Giovanni XV, 13).

Mi torna alla mente quanto lei disse nell’omelia della messa di ringraziamento per il suo centesimo compleanno: «A mezzogiorno di due anni fa il Papa Francesco ha fatto i nomi [dei nuovi cardinali]. Io ho ascoltato stando seduto; ero solo qui, ho ascoltato in silenzio […] poi ho pensato e l’ho detto subito (e so di aver fatto piacere a tanti bravi e umili sacerdoti): il Papa elevando me al rango di cardinale di Santa Romana Chiesa ha inteso elevare tutti coloro – sacerdoti o missionari – che in tutto il mondo hanno vissuto una vita di povertà, castità ed obbedienza. Umili e obbedienti, umili e servitori del loro popolo. Hanno avuto la stima del popolo, hanno avuto magari anche dei funerali solenni col pianto di tanti e tanti fedeli, ma non hanno avuto niente altro, non sono stati fatti né cavalieri della Repubblica, né monsignori della Santa Sede. Con la loro tunica sdrucita e nera sono scesi nel sepolcro, e così sono ricordati» (Forzare l’aurora a nascere, Grafica e Arte, Bergamo 2017, p. 20).

Insieme a questi preti ricordiamo anche i tanti medici, infermieri, volontari, farmacisti, rappresentanti delle forze dell’ordine che hanno operato al limite delle loro possibilità in una situazione che sembrava disperante, pagando spesso con la propria vita per aiutare le tantissime persone che sono state in un modo o nell’altro vittime del contagio. A loro si adatta magnificamente l’espressione usata da Papa Francesco nella messa in Coena Domini del 9 aprile: «I santi della porta accanto». «In questo momento», ha detto ancora il Papa intervenendo su Rai 1 alla trasmissione A sua immagine, «penso al Signore crocifisso e alle tante storie dei crocifissi della storia, a quelli di oggi, di questa pandemia: medici, infermieri, infermiere, suore, sacerdoti… morti al fronte, come soldati, che hanno dato la vita per amore, resistenti come Maria sotto le croci loro, delle loro comunità, negli ospedali, curando gli ammalati. Anche oggi ci sono crocifissi e crocifisse che muoiono per amore».

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In questo suo anniversario vorrei ricordare anche due sacerdoti a lei particolarmente cari: don Gianfranco Zenatto, morto il 6 dicembre 2017 e don Aldo Cristinelli, scomparso il 14 maggio 2020.

Don Gianfranco Zenatto, nato a Campagnola di Brugine nel 1943, è stato parroco dal 1997 al 2003 nella parrocchia della Madonna Pellegrina a Padova. È stato direttore della Caritas diocesana, della Casa del clero e del centro Mondo Amico, delegato vescovile per la Casa Madre Teresa di Calcutta e assistente spirituale presso gli Istituti riuniti padovani di educazione e assistenza.

Don Aldo Cristinelli era nato nel 1927 a Tavernola Bergamasca; sacerdote diocesano di Venezia, era stato ordinato nel 1956. Ha svolto il suo ministero a Mestre e Venezia. Negli anni si era avvicinato ai monaci di Camaldoli e al ‘deserto’ dei piccoli fratelli di Charles de Foucauld. Ritornato nella terra natale, ha vissuto con la sorella Rina nella cascina-eremo San Francesco di Parzanica, sul lago d’Iseo, dove ha accolto fraternamente amici in ricerca di fede, vivendo di lavoro, deserto e preghiera. Dal 2000 si erano ritirati nell’eremo presso la Madonna di Cortinica.

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Mi sembra bello ricordare tutti questi “giusti” del Signore con le parole piene di speranza del Libro della Sapienza (III, 1-9):

Le anime dei giusti, invece, sono nelle mani di Dio,

nessun tormento le toccherà.

Agli occhi degli stolti parve che morissero;

la loro fine fu ritenuta una sciagura,

la loro partenza da noi una rovina,

ma essi sono nella pace.

Anche se agli occhi degli uomini subiscono castighi,

la loro speranza è piena di immortalità.

Per una breve pena riceveranno grandi benefici,

perché Dio li ha provati

e li ha trovati degni di sé:

li ha saggiati come oro nel crogiuolo

e li ha graditi come un olocausto.

Nel giorno del loro giudizio risplenderanno;

come scintille nella stoppia, correranno qua e là.

Governeranno le nazioni, avranno potere sui popoli

e il Signore regnerà per sempre su di loro.

Quanti confidano in lui comprenderanno la verità;

coloro che gli sono fedeli

vivranno presso di lui nell’amore,

perché grazia e misericordia

sono riservate ai suoi eletti.

Padre, siamo certi che lei veglierà su di noi e sulle nostre famiglie in questo tempo di prova.

Suo Ivan

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1940 23 MAGGIO 2020

Card. Capovilla, ottantesimo di sacerdozio.

Il cardinale Capovilla con il libro delle sue prediche domenicali. Riproduzione riservata

Oggi ricorrono gli 80 anni di sacerdozio di monsignor Capovilla. Tra tre giorni ci sarà invece il quarto anniversario della sua morte.

Per ricordarlo solitamente ci trovavamo in compagnia degli amici più intimi, identificati in maniera chiara dal Cardinale stesso i cui nomi e volti sono scolpiti nel mio animo e nella mia mente, uno per uno. Quest’anno avevamo deciso di trascorrere la ricorrenza della sua morte in questo giorno di sabato, in ricordo anche della sua ordinazione sacerdotale, per venire incontro anche a chi proviene da altre regioni ma il corona virus ha stravolto questi programmi. Cercheremo allora di trovarci in video conferenza per salutarci e ricordare monsignore con il sorriso che si vede nella foto. In quella immagine si possono vedere molte sue caratteristiche.

C’è il prete, prete sino al midollo, come scrisse più volte, c’è l’abito che non fa il monaco ma dona dignità alla sua persona nel ruolo che ricopre. Più volte diceva ai sacerdoti che si avvicinavano vestiti da laici, e talvolta senza neppure un segno, che era bello invece potersi distinguere per essere subito riconoscibili dal fedele. In tale maniera, diceva, se durante un viaggio in treno, o in altre occasioni, una persona avesse sentito la necessità di una parola di conforto, immediatamente il vestito avrebbe dato una spinta al sofferente o al peccatore, nell’aprirsi con quel prete che era accanto o vicino a lui.

Il sorriso, che più volte lui stesso ha ricordato descrivendo Papa Giovanni: “due occhi e un sorriso”, che ti faceva sentire subito a tuo agio, pronti ad aprirgli il proprio animo e confessargli le proprie miserie.

Il Libro invece ci porta immediatamente alle sue origini venete, al sacerdozio iniziato e professato in quella terra, in cui per molti anni ha predicato alla radio Rai di Venezia le sue omelie, che molte persone mi dicevano di ricordare ancora. Non certo parola per parola, ma il senso profondo e l’attualità in cui calava il vangelo, in maniera tale da farlo arrivare anche agli ultimi e ai più semplici.

caro Padre, ho scritto di getto, tanto è vero che stanotte dovrò certamente rivedere eventuali, anzi certi errori di battitura ed altro, ma mi interessava ricordarla a nome di tanti che la amano ancora e non la dimenticano. Ho ricevuto trai primi due messaggi di Don Ludovico e da don Heino Sonnemans dalla Germania. Poi la telefonata di un suo fedele amico, Fratel Giancarlo Sibilia dei Piccolo Fratelli di Sassovivo, custodi adesso della sua camera da letto, piccola ma che ha avuto come ospite e fruitore un santo come lei.

La ricordiamo con gioia e affetto, insieme però ad un pizzico di malinconia, pur sapendo che “Pucci” , come la chiamava suo papà, adesso è in compagnia dei suoi cari.

Ivan

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5 FEBBRAIO 2020

20 anni fa avveniva il mio primo incontro con monsignor Capovilla. Ricordo quasi tutto perfettamente ma soprattutto la prima impressione, la conversazione di circa due ore . Prima di andarmene la frase che mi disse e soprattutto quella rimarrà per sempre nella mia mente e nel cuore.

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Natale 2019

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1915- 14 ottobre – 2019

Compleanno del Cardinale Loris Francesco Capovilla

Domenica 25 gennaio 2015

Auguri Padre. Oggi, nella ricorrenza del suo centoquattresimo genetliaco, mi piace ricordarla così, mentre legge il messale e si intrattiene faccia a faccia con Giovanni XXIII: il Papa pare che la stia ascoltando. Quella sera lei era contento poiché i calchi del volto e della mano, rilevati dall’amico Giacomo Manzù subito dopo che il pontefice era spirato, erano finalmente tornati da lei dopo quasi due anni di lontananza. Più volte mi aveva detto di “sentire nelle sue carni” queste due opere d’arte, perché le ricordavano la sofferenza e le emozioni provate in quei momenti.

Proprio ieri Papa Francesco ha canonizzato, tra altri, John Henry Newman. È stata una gioia per me, e certamente anche per lei, vedere iscritto nel Libro dei Santi il nome di questo grande Cardinale. Di lui mi aveva regalato tre libri il 6 febbraio 2000, nel giorno successivo al nostro primo incontro. Se mi fermo a riflettere, capisco ancor più chiaramente il senso di quel dono. Lei aveva la capacità di leggere nell’animo della gente, capirne le virtù e la santità: quanti personaggi dei quali mi ha parlato con entusiasmo, e in alcuni casi ai margini per anni, ora sono stati rivalutati! Dossetti, La Pira, Lazzati, Mazzolari, Romero, Turoldo… per citarne solo alcuni. Anche questo dimostra la sua capacità di profezia.

Caro Padre, mi manca la sua presenza quotidiana; per non sentire troppo questa solitudine cerco di attenermi a quello che Papa Giovanni le aveva suggerito: “buttarsi sul lavoro”. Proprio per questo da domani comincerò a elaborare il pieghevole natalizio per dare continuità, secondo le mie capacità, a quanto da lei iniziato subito dopo la morte di Papa Giovanni. Con affetto suo Ivan

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57 anniversario dell’annuncio del Concilio Ecumenico Vaticano II

Il ricordo di questo giorno è stato magnificamente raccontato nel corso degli anni da monsignor Capovilla che sapeva trasmettere tutta l’emozione di quei momenti. In un opuscolo ho recentemente ricordato e riprodotto alcuni appunti di monsignore al riguardo ma sarà con la divulgazione delle sue agende che si potrà entare ancor di più nel suo sentire. Non fino in fondo. magari perché alcune cose come ho avuto modo di scrivere e dire ad amici ho promesso di non rivelarle ma basterà quanto emergerà per farci emozionare.

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SETTE ANNI DALL’ARRIVEDERCI DI SUOR PRIMAROSA

2012 25.AGOSTO 2019

25 dicembre 2009. Monsignor Capovilla e Suor Primarosa. Due anime limpide che ” credevano” per davvero. COPYRIGHT IVAN BASTONI. RIPRODUZIONE RISERVATA

Oggi ricorre il settimo anniversario della morte di Suor Primarosa Perani. Persona magnifica, schiva, riservata che ha dedicato la sua vita al servizio della Chiesa, di Papa Giovanni e di Monsignor Capovilla.

Servizio fatto in libertà, con amore, intelligenza e fedeltà. Non “serva” come qualche stolta persona ha detto una volta ma “servizio”.

Ricordo come fosse oggi la telefonata che avevamo avuto con lei il giorno prima, 24 agosto. Donna che non chiedeva mai nulla aveva accettato un piccolo telefonino che le avevo comprato alcuni giorni prima per poter essere sempre in contatto anche con Mgr Capovilla che voleva sapere le sue condizioni. Quel giorno l’ha salutata mgr come doveroso e poi me l’ha passata. Le chiesi “Come sta?” e lei per la prima volta in dodici anni che la conoscevo e vedevo giornalmente mi disse “Ivan, non va tanto bene”. Mi sono rimaste impresse nella mente e subito dopo aver chiuso la telefonata ho detto a monsignore: “Ho paura che non vada tanto bene… è la prima volta che Suor Primarosa mi dice che non sta bene”. ovviamente la mia non era una valutazione medica (il quadro clinico non era confortante) ma era solo di impressione. Per una che non si lamenta mai, qual “non va tanto bene” era più che una impressione…

Monsignor Capovilla, pur essendo uomo che capiva e aveva visto di tutto,. un barlume di fiducia l’aveva, non aveva perso la speranza di vederla tornare, si affidava e pregava.

Purtroppo la mattina sento suonare il telefono alle cinque e subito ho capito che non ci sarebbero state buone notizie da chiunque fosse dall’altra parte della cornetta. Monsignore a fatica, tra pianto e singhiozzo, è riuscito a dirmi : ” Ivan mi hanno chiamato…. è morta questa notte Suor Primarosa”. Non riusciva a dire altro. Ha riattaccato. Io mi sono vestito e sono corso a Camaitino dove stavo per celebrare la messa. Hp portato la telecamera e per fortuna. Le sue omelie erano sempre.splendide ma quella è stata un capolavoro di amicizia e umanità. Scriverò poi qualche passaggio di quella omelia, o meglio trascrivere, ma è solo nel sentire la sua voce e vedere la sua espressione che per davvero si puo capire l’ unione spirituale tra i due. Istanti di Paradiso

CINQUANTADUESIMO ANNIVERSARIO DELLA CONSACRAZIONE EPISCOPALE

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GRAZIE CITTA’ DEL VASTO

RICORDANDO MONSIGNOR CAPOVILLA. INCONTRO A VASTO

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26 MAGGIO 2019 -TERZO ANNIVERSARIO DELLA MORTE DEL CARDINALE CAPOVILLA

Questo opuscolo l’ho dedicato a Suor Primarosa Perani, una grande Donna, una grande suora. Lei fa onore al Beato Palazzolo e Madre Teresa Gabrieli, fondatori dell’ordine al quale apparteneva. Ora è in cielo con loro.

23 MAGGIO 2019

79° anniversario di sacerdozio di Mgr Loris Capovilla.

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“I Cattolici e gli Ortodossi non sono dei nemici, ma dei fratelli… Angelo Gius. Roncalli, 27 luglio 1926”

In occasione del viaggio di Papa Francesco dal 5 al 7 maggio 2019 in Bulgaria mi piace ricordare un episodio riguardante monsignor Capovilla.

La Bulgaria mi è cara perché da sempre associo questa bella nazione al titolo arcivescovile di monsignor Capovilla, avendolo conosciuto già col titolo di “Arcivescovo di Mesembria”. Lui aggiungeva spesso a voce “la perla della Bulgaria”. Ne andava fiero, amava la Bulgaria e soprattutto ricordava il legame sempre forte di Angelo Giuseppe Roncalli con quella terra, con Re Boris e la Regina Giovanna.

Proprio per mantener sempre vivo il suo ricordo, ha chiesto e ottenuto da Paolo VI lo stemma, il motto e il titolo di Roncalli. Ogni qualvolta avesse firmato un documento o si fosse presentato, monsignor Capovilla avrebbe ricordato il titolo che era di Roncalli e lo avrebbe sentito come accanto a sé. Questo è un concetto di monsignore, che più volte ha espresso, ma non solo a me naturalmente.

Una richiesta nata non da un capriccio, ma da un senso di affetto e lealtà che era iniziato nel 1953 a Venezia e si è concluso, solo su questa terra , il 26 maggio 2016.

Uno dei primi racconti che mi fece proprio per delinearmi il carattere di Roncalli di quegli anni come Delegato Pontificio, era la risposta che aveva dato ad un giovane ragazzo , Christo Morcefky, il 27 luglio 1926, che gli chiedeva un aiuto per essere ammesso al Seminario: il ragazzo sarebbe stato disposto anche a diventare Cattolico ma qui vediamo che Roncalli non vuole “strappare” un ragazzo ortodosso per portarlo dalla propria parte, quasi ci fosse una corsa a chi ne prendesse di più degli “altri”, ma gli dice di continuare gli studi nel suo Seminario con parole che incantano. Di quella lettera trascrivo alcune righe che Capovilla mi ripeteva, anche leggendole a volte e mi pare di risentirlo con la sua voce: “.. . mio caro amico. Poiché però ella me ne dà l’occasione, lasci che io la inviti, come ho sempre fatto con tutti i giovani Ortodossi che ebbi il bene di incontrare in Bulgaria, ad approfittare degli studi e della educazione che ella riceve nel Seminario di Sofia. I Cattolici e gli Ortodossi non sono dei nemici, ma dei fratelli. Abbiamo la stessa fede; partecipiamo agli stessi sacramenti, soprattutto alla medesima Eucaristia. Ci separano alcuni malintesi intorno alla Costituzione divina della Chiesa di Gesù Cristo. Coloro che furono causa di questi malintesi sono morti da secoli. Lasciamo le antiche contese, e, ciascuno nel suo campo, lavoriamo a rendere buoni i nostri fratelli, offrendo loro i nostri buoni esempi. […] Angelo Gius. Roncalli- Visit. apostolico”.

Monsignore si soffermava su quel:”Coloro che furono causa di questi malintesi sono morti da secoli”. La grandezza di Roncalli, diceva, era di aver capito che non si poteva guardare al futuro con lo sguardo rivolto alla punta delle scarpe. Si doveva guardare avanti e percorrendo due strade, solo apparentemente diverse per ciò che appunto li divideva, si sarebbero comunque incontrati un giorno di fronte all’unico Dio.

Rimanevo sempre incantato dal suo racconto. Appena troverò il video, dovendone visionare centinaia, lo caricherò per quanti avranno il piacere, la voglia, o anche solo al curiosità di vederlo e sentirlo direttamente dalla sua voce.


Copia della minuta di Roncalli conservata nell’archivio di monsignor Capovilla

I legami di Roncalli con la Bulgaria sono durati per tutta la sua vita ed è commuovente leggere, in una lettera manoscritta che ho trovato tra le carte di monsignore (relative al faldone BULGARIA), indirizzata a Roncalli, in cui la Regina Giovanna si rivolge così al Nunzio a Parigi in quel momento, ma in procinto per il nuovo incarico.a Venezia, datata 21.1.1953: «Caro “Monsignore”. Mi permetta di chiamarla come negli anni felici di Sofia, ma nello stesso tempo dirle quanto (sottilineato) sono stata felice della sua nuova missione!». La lettera è bordata a nero, come annota monsignore Capovilla , per la recente morte della Regina Elena (1952), e lo annota su una busta dove lo stesso Roncalli, scrive a mano su due righe (copia originale): Lettera della Regina Giov. di Bulgaria.

Nel 2015, quasi come una profezia nel preannuncio del viaggio odierno, monsignore aveva titolato il pieghevole del natale 2015 con “NATALE 2015 con Papa Francesco” che riportava l’omelia di addio alla terra di Bulgaria di mons. Roncalli del 25 dicembre 1934. Vi confesso che l’idea di questo brano era stata mia, ma solo per una ragione, e cioè che eravamo in ritardo con gli auguri di Natale. Monsignore era amareggiato ma il lavoro in quell’anno e mezzo dopo il cardinalato era stato enorme. Non avevamo avuto il tempo di preparare un progetto ad hoc. Mi viene in mente quindi quel discorso che mi aveva letto molte volte ed io alcune volte a lui. Non ricordo cosa gli dissi esattamente, ma gli dissi semplicemente qualche cosa del tipo: “Perché Padre non trascriviamo l’omelia di Roncalli al suo addio alla Bulgaria?”. Fu contento dell’idea e ritrovò la sua solita illuminazione per completare al meglio il lavoro. Il pieghevole lo mandammo via email per la stampa il 16 dicembre 2015, ma poi riuscimmo comunque a spedirne moltissimi nei giorni appena prima del Natale. Allego il pieghevole per quanti vorranno leggerlo per la prima volta o rivederlo, se hanno già la copia in originale.

27 aprile 2019, quinto anniversario                      della canonizzazione di Papa Giovanni XXIII

Il giorno in cui venne annunciata la data di canonizzazione di Papa Giovanni, mi trovavo con monsignor Capovilla. Eravamo in piedi attorno al tavolo di lavoro, preparando varie carte, e abbiamo sentito dalla televisione la data del 27 aprile 2014.

Monsignore  accoglie la notizia con la sua solita tranquillità: ripeteva spesso, infatti, che per lui – e per molti – Papa Giovanni era già santo, ma certo era determinante il riconoscimento ufficiale da parte della Chiesa.

Lo guardo e gli dico subito: «Che coincidenza , Padre, ha aspettato più di cinquant’anni per sentire questo annuncio e, tra tutti i giorni possibili, è  capitato proprio in quello del compleanno di sua mamma Letizia». Monsignore rimane per qualche secondo in silenzio e poi mi guarda e dice sorridendo: «Hai ragione, non ci a vevo pensato! non mi è venuto subito in mente, ma è una bella cosa».

Gli ho detto ancora: «Questa coincidenza  mi sembra quasi un ‘ritorno di cortesia’  per le parole e il pensiero che Papa Giovanni aveva avuto per mamma Letizia e  anche nei suoi confronti quando, negli ultimi giorni, vedendola stanco e senza forze, le disse: “Quanto tutto sarà finito, torna dalla tua mamma che è da tanto tempo che non la vedi”. Mi pare quasi un segno del Papa e di sua mamma per indicarle che le sono sempre vicini».

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Monsignore volle trascorrere quel 27 aprile «in silenzio e preghiera». Avevamo avvisato i giornalisti, che numerosi richiedevano interviste, che per quel giorno non ce ne sarebbero state, e così gli amici di non venire per rispettare quel suo momento di raccoglimento.

Abbiamo trascorso la giornata da soli, dalla mattina alla sera; lui fece solo due telefonate. Di quel giorno ho molto materiale audio e video che testimonia l’intensità di come monsignore visse quell’evento, quella giornata così carica di ricordi. C’è una foto in particolare che mi è cara, quella in cui lui è di profilo, rivolto verso il televisore su cui appariva l’immagine di Papa Francesco e di Papa Giovanni , in una suggestiva prospettiva; che tuttavia non pubblicherò  per rispettare la riservatezza con cui ha voluto vivere quel giorno.

Riporto invece questa immagine-reliquia sulla quale monsignore appose la  firma subito dopo la proclamazione di San Giovanni XXIII. Lo scrive e lo specifica quasi a sancire quel momento :«Prima firma del novello Santo», intendendo ovviamente, la sua firma, vergata molte altre volte su quella stessa immagine, ma ora, per la prima volta, con Papa Giovanni Santo.

Nella sezione SCRITTI, DISCORSI,PIEGHEVOLI, troverete anche quello fatto.nel 2014 in occasione di questo evento.

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21 aprile 2019, Pasqua di Resurrezione

Auguro a tutti i lettori una  buona e serena Pasqua con questa immagine di monsignor Capovilla che celebra l’Eucaristia, memoria del sacrificio di Cristo.

Marengo, 14 febbraio 1998- Foto Vecchi, Mantova

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12 aprile 2019

Il cardinale Roncalli per monsignor Capovilla

La sera del 12.IV.2014, monsignor Capovilla firmando un libro per fare una dedica, in una mia ricorrenza, si confonde. Per la prima volta da quando è diventato cardinale anziché mettere il suo cognome stava per scrivere quello di Roncalli.

Lo rivedo chino sul libro, con il suo pennarellino nero in mano a siglare quella pagina ma, mentre sta per scrivere il cognome mi accorgo dell’errore e non faccio a tempo a intervenire che lui dopo la prima “elle”, si ferma , mi guarda con quegli occhi così pieni di gioia e di vitalità e sorride dicendo: “Quando penso al titolo di cardinale, mi viene in mente sempre Roncalli. Sapevo che prima o poi sarebbe successo” . Ho riportato velocemente su un biglietto, di getto anche le mie impressioni che poi ho incollato su quel libro, mettendolo da parte come copia preziosa.

Un lapsus come scriverà lui stesso. Il primo lapsus. Sì, perché per altre due o tre volte, che conservo anche su altri documenti, che ora a memoria non so quantificare con certezza, commette questo sbaglio.

Gli replicai dicendo che in ogni occasione era un modello di fedeltà e servizio a Papa Giovanni. Nonostante i decenni passati … nella sua mente Roncalli era sempre presente, ogni giorno, ogni ora della sua giornata. Che esempio di fedeltà! Mgr Capovilla è davvero, come ho scritto più volte, anche a lui nelle nostre corrispondenze “Amicus fidelis, protectio fortis”.

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11 APRILE 1963 – 11 APRILE 2019

Copia originale dell’Eciclica Pacem in terris appartenente al Cardinale Capovilla

Oggi ricorre il cinquantaseiesimo anniversario dell’Enciclica Pacem in terris promulgata e voluta ardentemente da Papa Giovanni XXIII. Uso proprio questo termine “voluta” perché monsignor Capovilla raccontava che c’erano delle resistenze sull’uscita di questo documento storico e alcuni cercavano di rallentarlo dicendo: “Santo Padre, ci sarebbe il latino un po’ incerto …”. Papa Giovanni che era però un uomo molto pratico ha risposto che a lui non sembrava così incerto ma che comunque desiderava che quel documento venisse alla luce. Così è stato.

Oggi volevo far conoscere il volume originale, che ha accompagnato il cardinale Capovilla durante la sua vita, sul quale ha studiato, meditato e letto al Papa stesso più volte alcuni passaggi in esso contenuti; un compagno di lavoro insomma come scrive lui stesso sulla pagina iniziale dopo la copertina l’11 aprile 2013, l’Anno della Fede, nel cinquantesimo anniversario dell’Enciclica.

Cinquant’anni di cammino insieme.

© copyright immagini Ivan Bastoni

Ho ascoltato molte volte il racconto di come si è sviluppata nel tempo l’idea di questo grande messaggio di pace universale, ma solo la voce di monsignore può davvero far sobbalzare il cuore. Il calore con il quale raccontava, l’entusiasmo e l’amore nel far rivivere i suoi momenti io non sono in grado di trasmetterveli. Pubblicherò dei video man mano che il sito si svilupperà e allora si avrà, per chi non l’ha conosciuto di persona, il senso del suo entusiasmo. Lui centenario con uno spirito e una forza di un fanciullo.

Per chi ama i documenti posso garantire che aver potuto toccare direttamente documenti passati dalla mani di monsignore è una emozione, soprattutto per l’affetto e i ricordi che scaturiscono in me, ma quelli che sono stati toccati anche da Papa Giovanni oltre che dal suo segretario, ti trasmettono emozioni ancora più profonde. Mi fanno pensare al senso di lealtà e di amicizia che c’è sempre stato tra questi due grandi uomini.

Allego il pieghevole che proprio nel 2013 monsignor Capovilla ha fatto in occasione del cinquantesimo di Pacem in terris.

Pieghevole Pacem in terris 11 aprile 2013 – Pagine dispari

Pieghevole Pacem in terris 11 aprile 2013 – Pagine pari

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sabato 26 marzo 2019

San Pietro di Feletto: inaugurato il sentiero di Papa Giovanni XXIII

Un anello di 4 chilometri, con partenza dalla millenaria Pieve, ripercorre il cammino del Papa buono che, quando era ancora Patriarca di Venezia, si recava in zona per trascorrere momenti di meditazione e preghiera

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Un sentiero dedicato al ricordo del Papa buono. Si sviluppa per 4 chilometri tra le colline di San Pietro di Feletto, nel Trevigiano, dove il futuro Papa Giovanni XXIII, quando era ancora Patriarca di Venezia, tra il 1953 e il 1958, amava trascorrere alcuni periodi di riposo e di riflessione, passeggiando tra castagni, carpini e viti. Il sentiero di Papa Giovanni XXIII è stato inaugurato sabato, a San Pietro di Feletto, alla presenza, tra gli altri, del vescovo di Vittorio Veneto, Corrado Pizziolo, del sindaco di San Pietro di Feletto, Loris Dalto, e del presidente del Comitato Papa Giovanni XXIII, Alberto Stocco.

Il ricordo della presenza del Santo Padre a San Pietro di Feletto è suffragato da un documento ufficiale del Cardinale Loris Francesco Capovilla, suo Segretario personale, nel quale si parla dei soggiorni del Cardinal Roncalli sulle colline del Felettano. Gli anziani del posto ricordano come spesso il futuro Papa si recasse a piedi sino alla “terrazza panoramica” della chiesa di Rua di Feletto, intrattenendosi amabilmente, fuori da ogni protocollo, con la gente che incontrava lungo il cammino. L’idea della definizione di un sentiero naturalistico, storico, culturale e spirituale, intitolato al Papa buono, parte da qui. E si è sviluppata, sin dall’autunno del 2013, grazie alla ricerca storica e documentale del Comitato Papa Giovanni XXIII, affiancato dall’amministrazione comunale di San Pietro di Feletto e dal prezioso contributo di un insigne ricercatore locale, monsignor Nilo Faldon, sacerdote della Diocesi di Vittorio Veneto scomparso nel 2016.

Il sentiero di Papa Giovanni XXIII prende avvio dall’antica Pieve di San Pietro di Feletto, nei cui pressi sorge la Villa Patriarcale (originariamente di proprietà della Contessa Maria Walter Bas e poi acquisita dal Patriarcato di Venezia per lascito testamentario), in cui il futuro Papa risiedeva nei periodi di soggiorno in paese. Muovendosi in senso orario, il sentiero prosegue in via Roncalli e verso il “Roccolo”, uno dei luoghi che il futuro Papa amava di più, perché, circondato dal verde e immerso nel silenzio, ben si prestava alla meditazione e alla preghiera nei momenti di sosta del suo cammino. L’itinerario prosegue nel verde delle colline, lasciando ammirare la dorsale di Manzana e la collina di Formeniga, sulla cui sommità sorge la chiesa di San Pancrazio. In secondo piano, da sinistra a destra, le colline di Tarzo e del Vittoriese con sullo sfondo le Prealpi Trevigiane: Il Col Visentin, il taglio della Val Lapisina, il monte Pizzoc e il Cansiglio. Verso est, poi, si estende la pianura veneta orientale e quella friulana.

E’ un panorama rurale, in cui un reticolo di coltivazioni a vigna si alterna a macchie di bosco e a piccolo borghi, collegati da strade che si inerpicano sulle colline. Una di queste è il famoso Muro di Ca’ del Poggio, impegnativa salita, nota a livello internazionale nel mondo del ciclismo, nelle cui vicinanze il sentiero di Papa Giovani XXIII imbocca lungo la via dei “100 gradini”, preludio al ritorno del cammino al punto di partenza.  Alla vigilia della cerimonia di inaugurazione del sentiero è anche giunta una lettera da parte di Ivan Bastoni, per tanti anni Segretario personale del Cardinale Loris Francesco Capovilla: “Monsignor Capovilla – scrive Bastoni – era molto contento di questa vostra iniziativa perché la sentiva sincera, pulita, diversa. Animata e ispirata da una volontà genuina. Camminare ripercorrendo i passi fatti da un santo uomo può aiutarci a immaginare quali potessero essere anche i suoi pensieri nel percorrere quel tratto di strada, un modo per staccarci dalla frenesia della quotidianità che non ci permette più di fermarci a pensare e godere di quanto già abbiamo”.

E’ l’itinerario di Papa Giovanni XXIII, ma da oggi – grazie al lavoro di sistemazione dei sentieri, ora illustrati pure da apposite tabelle – è anche l’itinerario di tutti coloro che, oltre mezzo secolo dopo le passeggiate del Cardinal Roncalli, vogliono immergersi nella natura silenziosa e nei meravigliosi panorami delle colline di San Pietro di Feletto.

San Pietro di Feletto, 23 marzo 2019. Articolo pubblicato on line e Copyright TREVISOTODAY

Nell’Abbazia di Sassovivo, i Piccoli Fratelli custodi fedeli della camera da letto e dello studio del cardinale Capovilla

L’Abbazia di Sassovivo concentra in sé molteplici significati. Una storia di mille anni che ha visto il passaggio di generazioni, di ordini religiosi, di uomini di Dio che l’hanno abitata. Luogo di preghiera, di cultura, di pace (dal 2010 è stata riconosciuta come monumento “Patrimonio testimone di una cultura di pace UNESCO”), di comunione tra le Chiese ( ha custodito per secoli la reliquia del teschio di san Marone, fondatore della Chiesa Maronita del Libano). Recentemente, grazie alla presenza dei Piccoli Fratelli di Jesus Caritas di Charles de Foucauld, che vi abitano dal 1978, l’abbazia si è arricchita anche di qualcosa che a Sassovivo rappresenta una memoria significativa del Concilio Ecumenico Vaticano II. La confidenza filiale di fratel Gian Carlo con il santo Papa Giovanni XXIII e con il suo fedele segretario mons. Loris Francesco Capovilla (1915-2016), è stata un filo conduttore significativo e provvidenziale che ha caratterizzato il cammino dei Piccoli Fratelli di Jesus Caritas.

Fratel Gian Carlo

Mons. Capovilla in particolare è stato una presenza fedele che ha accompagnato nei momenti più lieti e i passaggi più delicati, in cinquant’anni dal loro inizio, la vita di Jesus Caritas. Trent’anni fa, il 25 gennaio del 1989, arrivava a Sassovivo l’allora Delegato pontificio del santuario di Loreto, mons Capovilla, in occasione della presa della croce di fratel Wilfried. Dopo aver celebrato l’Eucaristia, don Loris (come in comunità lo chiamavamo familiarmente) ci raccontò del 25 gennaio 1959 in cui, precisamente trent’anni prima, nella tarda mattinata, Papa Giovanni XXIII annunciò per la prima volta ai cardinali, nella Basilica di San Paolo Fuori le Mura, l’idea di un Concilio che avrebbe radunato tutti i vescovi della Chiesa Cattolica e che avrebbe segnato, come avvenne dopo, la storia della Chiesa e, in un certo qual modo, quella di tutta l’umanità. Col passare del tempo, e dopo la morte del santo papa, il suo segretario – divenuto poi arcivescovo prima a Chieti e poi Delegato pontificio a Loreto – ha continuato ad essere la memoria vivente del Vaticano II, richiamando vescovi, sacerdoti, religiosi e laici, allo spirito di quell’evento che ha rappresentato per la Chiesa un «aggiornamento» e allo stesso tempo, una riscoperta autentica delle proprie radici. Fratel Gian Carlo ha custodito con grande attenzione ogni scritto, biglietto, augurio, inviato da don Loris nel corso degli anni e via via non ha mancato di farlo diventare pane quotidiano per la riflessione di tutti i Piccoli fratelli di Jesus Caritas e storia della comunità. Nel 2014 Papa Francesco ha nominato il venerando arcivescovo, ormai centenario, cardinale con il titolo presbiterale di Santa Maria in Trastevere a Roma. L’ultimo biglietto ricevuto da fr. Gian Carlo a firma del neo cardinale dopo alcuni mesi da questo inaspettato evento recitava: «Prego, leggo, scrivo (non molto), amo e abbraccio tutti…» E le sue ultime parole a fratel Gian Carlo nella telefonata pochi giorni della morte: «Vi ho sempre voluto bene e ve ne vorrò ancora di più…». L’amicizia con Capovilla si è allargata a quanti lo hanno aiutato e sostenuto nel suo essere presenza amante, a volte critica nella Chiesa, in particolare nell’amicizia nata anni fa con il suo fedele segretario, l’amico Ivan Bastoni.

Camera da letto del Card. Capovilla fatta e intagliata a mano dall’amico
Renzo Barbato.

Negli ultimi giorni del 2018 abbiamo ricevuto da lui in dono i mobili che costituivano l’arredamento, molto semplice, di due ambienti importanti per la vita di don Loris: il suo studio e la sua camera. Così in abbazia è stato creato uno spazio dedicato alla sua memoria ed in particolare a quella del Concilio ecumenico Vaticano II. Lo scorso 25 gennaio i Piccoli fratelli di Jesus Caritas si sono ritrovati per un breve momento di preghiera in occasione dell’inaugurazione dei “nuovi” locali, ambienti semplici ma pieni di memoria affettuosa e che ricorderanno a tutti il coraggio e l’audacia del santo papa Giovanni XXIII – semplice nei modi, ma acuto e lungimirante, guidato sempre dallo Spirito – e allo stesso tempo perpetueranno la memoria dell’antica amicizia stretta con il cardinale Loris Francesco Capovilla. Così i Piccoli fratelli non mancheranno di perpetuare la memoria della sua “seconda vocazione”, espletata nella Chiesa per vari decenni: ricordare al mondo l’attualità e l’imprescindibile importanza per la Chiesa del Concilio Vaticano II. fratel Marco Cosini jc

ANNUNCIO DEL CONCILIO

Ho mostrato al giornalista Carlo di Cicco tre pagine inedite e particolarmente preziose dell’agenda 1958 del cardinale Capovilla, riguardanti le prime confidenze di Papa Giovanni al suo segretario, circa la volontà di indire un nuovo Concilio. Ne è nato un articolo per ricordare appunto l’evento del Vaticano II,  pubblicato sul sito Tiscali.it il 27 ottobre 2018. Carlo di Cicco era stimato e apprezzato dal Cardinale e mi è parso giusto affidare queste pagine alla sua sensibilità.

Ci vorrebbe un concilio”. Così Papa Giovanni fece nascere l’assemblea che cambiò la storia della Chiesa

Nelle agende del cardinale Capovilla, allora segretario di Roncalli, si documenta che papa Giovanni non parlò la prima volta del concilio il 25 gennaio 1959, ma pensava di farlo sin dalla sua elezione a fine ottobre 1958. A Capovilla lo confidò per primo.

“Ci vorrebbe un concilio”. Parola di papa Giovanni, confidata al fedele segretario Loris Capovilla che riporta nelle sue agende del 1958 i tre cenni al concilio a lui affidati dal papa iniziati addirittura il 30 ottobre, soltanto due giorni dopo l’elezione che era avvenuta la sera del 28 ottobre. La prima comunicazione ufficiale dallo stesso pontefice avverrà il 25 gennaio 1959 in una sala del monastero benedettino annesso alla Basilica di san Paolo fuori le mura. Quell’annuncio è rimasto scolpito nella storia poiché lasciò attoniti e increduli presenti e lontani: nessuno poteva immaginare come tutto sarebbe cambiato nella Chiesa cattolica, ma anche nel rapporto tra le varie religioni e chiese cristiane dopo la conclusione di quell’evento.

Non è un caso che il concilio, fin dal primo annuncio è stato oggetto di accurati e molteplici studi e ricerche storiche e che papa Giovanni oggi santo sia stato un grandissimo papa avendo convocato e avviato il concilio più grande della storia. Se quasi tutto finora era stato scoperto, meno chiare ne sono state le origini nel cuore e nella mente di Roncalli, il figlio di contadini diventato successore di Pietro.

Lo stesso Capovilla aveva fatto cenno in alcune circostanze a generiche anticipazioni sull’origine del concilio, anche perché lo stesso Giovanni XXIII ne aveva parlato con il cardinale Ruffini in novembre ma nessuno finora aveva una qualche documentazione scritta sui propositi del successore di Pio XII.

Tiscali.it è in grado, finalmente, quasi alla vigilia del sessantesimo anno dell’annuncio straordinario di Giovanni XXIII, di mostrare i primissimi documenti scritti che rivelano e confermano come l’idea di voler fare un concilio Giovanni XXIII l’avesse nel cuore dal primo momento da papa, sebbene non ne avesse parlato apertamente con alcuno e non fosse una pubblica notizia.

La fonte che consente agli storici di fissare la nascita dell’idea conciliare di Roncalli subito dopo l’elezione a vescovo di Roma sono le agende di Capovilla, morto da cardinale centenario nel 2016 ma che allora era il segretario fidato del patriarca di Venezia voluto anche da papa. 

I giorni successivi all’elezione di un papa sono giorni intensi e convulsi e non c’è tempo neppure per un segretario scrupoloso e puntuale come era Capovilla di dilungarsi nel documentare gli avvenimenti e le parole del nuovo papa.

E così i tre cenni riportati nell’agenda dell’autunno 1958, fissano il fatto annunciato, lasciano intendere la sorpresa e anche una certa incredulità del segretario a motivo delle circostanze che non avrebbero mai ispirato un progetto tanto ardito in un uomo di 77 anni se quell’uomo non si fosse chiamato Giovanni XXIII. Nessuno immaginava la svolta che aveva in animo e come quella svolta avrebbe arato in profondità la storia della Chiesa.

Gli appunti di Capovilla venivano vergati sull’agenda la sera quando sceglieva parole e gesti ritenuti significativi. Sentire dal papa parlare di concilio come di una possibilità cui stesse pensando lo aveva gettato nel panico perché si rendeva conto che si trattava di una vera impresa.

La prima volta in assoluto che la parola concilio viene riportata la sera del giovedì 30 ottobre 1958. Si tratta di una sola parola, seguita da un interrogativo. Scrive Capovilla con inchiostro azzurro chiaro: “La prima parola dopo il rosario: il CONCILIO (sic nel testo – ndr), ma en passant, da storico”. Non va infatti dimenticato che Roncalli era un esperto di storia della Chiesa e aveva dato alle stampe alcuni volumi interessanti sull’azione pastorale di san Carlo Borromeo che tanto si era prodigato per l’applicazione del Concilio di Trento.

Ma Capovilla aggiunge un indizio molto interessante tornando a utilizzare l’inchiostro scuro e mettendo le parole tra parentesi (due giorni di conversazioni con i cardinali portano a galla un’idea?). Si delinea qui la schermaglia tra Roncalli e il segretario cui il papa confidava tutto magari quasi per registrare le prime impressioni che suscitavano le sue idee piuttosto insolite in un pontefice. Papa Giovanni che sognava scenari grandiosi e il segretario preoccupato che sollevava dubbi prudenziali poiché le visioni giovannee lo turbavano non poco.

Ma la storia di un’idea era solo all’inizio. L’agenda torna a riparlarne tre giorni dopo, il 2 novembre, domenica dedicata ai defunti. Dopo aver annotato il viaggio di ritorno da Venezia, Capovilla torna sulla storia del concilio. “Un Concilio? [Grande parola. Pare che il seme debba essere gettato. Resto assorto quando alle 22 il papa me ne parla]. Stamane deve averne parlato col card. Ruffini”.

L’ultimo riferimento al concilio in agenda si trova il 20 dicembre, poco più di un mese prima del grande annuncio pubblico.

“Deliziosa lezione – scrive Capovilla – : … solo quando avrai messo il tuo io sotto i piedi, sarai libero…”. A proposito del Concilio!”.

Si tratta davvero di una preziosa lezione che il papa ripete al suo segretario ancora titubante si vede di fronte a quella grande idea che Giovanni ha preso sempre di più come una ispirazione dall’alto e che pensa sia realizzabile solo con l’aiuto di Dio e l’accompagnamento dello Spirito Santo. Il papa infatti aveva coscienza di tutte le obiezioni che Capovilla frapponeva, ma più pensava a quella ispirazione ardimentosa più si andava convincendo che andava realizzata proprio perché da solo non ne sarebbe stato capace.

A tanti anni di distanza, avendo a disposizione tanti documenti di quello che si sarebbe svolto e considerando quanta resistenza il concilio ha suscitato nella Chiesa, si può sostenere che senza un sostegno dall’alto la grande idea sarebbe fallita. E invece quell’idea è stata così feconda che oggi si assiste all’azione di un papa dal nome di Francesco che le grandi visioni di Giovanni XXIII sta a mano a mano realizzando.

Carlo Di Cicco, 27 ottobre 2018

© copyright immagini Ivan Bastoni

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